Il dolore del padre di Agnese dopo la condanna a 20 anni per il suo assassino

carab.jpgNessun tribunale con una sentenza potrà mai restituire affetti violati: così la condanna a vent’anni di Davide Sobacchi, per l’uccisione della moglie Agnese, non fa eccezione, se mai accentua il dramma.

«Non ci sono condanne che possano restituirmi mia figlia - dice rassegnato Vincenzo Schiopetti, nella sua casa a Rodengo -, ma se è già difficile accettare l’uccisione di una figlia, è ancora più difficile accettare l’indifferenza di chi l’ha uccisa».

Il padre di Agnese, lunedì non è andato a Brescia a Palazzo di giustizia per l’ultimo atto del processo contro il genero Davide Sobacchi che, nel maggio del 2008, uccise la figlia nell’appartamento di Ospitaletto, davanti alla camera del piccolo Andrea, il figlio di pochi mesi.

«L’avvocato - racconta il padre con gli occhi lucidi - mi ha chiesto di non andare in tribunale lunedì: l’ho ascoltato e penso sia meglio averlo fatto. Perdere Agnese è stato un dolore forte: era la mia ultima figlia, era il ricordo vivente di mia moglie Lina, che morì poco dopo la sua nascita. Perderla per sempre e in quel modo, uccisa dall’uomo che lei amava tanto da sposarlo senza ascoltare chi, come me, la invitava a lasciarlo, è ancora più doloroso».

Fondatore 36 anni fa del gruppo dei volontari delle ambulanze, Vincenzo Schiopetti il dolore lo porta dentro: non grida, ritorna con amarezza al ricordo di quanti più volte avevano sconsigliato alla figlia di sposare Sobacchi, rampollo di una ricca famiglia, cuoco cresciuto in scuole di élite, con il vizio della cocaina, droga dei ricchi, fino a pochi anni fa.

«Lui era innamorato della droga più che di Agnese - osserva amaro il padre Vincenzo -: aveva rifiutato di entrare in comunità dicendo che ne sarebbe uscito da solo: lei gli ha creduto…».

Una fede che le è stata fatale. «L’avvocato mi aveva preparato - spiega il papà di Agnese -: mi aveva detto che lo avrebbero condannato a vent’anni, ma non ha saputo dirmi se starà in carcere davvero per venti anni, anche se a me sembrano pochi per chi senza motivo ti uccide la figlia, la butta nel lago e se ne va in caserma a denunciarne la scomparsa per tentare di coprire quel delitto. La droga non è una scusa sufficiente, l’assenza di pentimento dice che per lui Agnese non contava nulla».

A bruciare nella ferita mai rimarginata di quell’addio violento anche questi mesi in cui la famiglia Sobacchi sembra sparita nel nulla. «A farmi più male - conferma - è anche l’indifferenza dei suoi genitori, che lo hanno educato e cresciuto. In tutti questi mesi non si sono fatti sentire neppure per telefono: non una parola per me e per i miei figli». E il cruccio maggiore per Vincenzo ora si chiama Andrea, il figlio di Agnese nato pochi mesi prima del delitto. Quale sarà il suo futuro?

«Andrea è a Milano - spiega -, affidato alla sorella del padre: lo posso vedere poche volte e questa è un’ingiustizia anche più grande: perché non viene affidato alla nostra famiglia? Sarebbe giusto e doveroso che vivesse con noi. Starebbe dove sua mamma avrebbe voluto farlo crescere, in un ambiente dove tutti gli hanno sempre voluto bene fin dal primo giorno, con gli zii, le zie e gli altri miei nipotini. Speriamo che la giustizia almeno con lui sia più attenta ai sentimenti, agli affetti e all’educazione, che alle arringhe degli avvocati».

La sentenza che ha condannato Sobacchi a 20 anni, non ha detto nulla infatti sull’affidamento. «È giusto che i figli non paghino le colpe dei padri - conclude Schiopetti - ma i genitori non possono ignorare come hanno educato i figli, e quelli di Davide sembrano vogliano ignorarlo. Il padre dice di averlo cancellato dalla sua vita: se avessi saputo che uno dei miei figli avesse fatto qualcosa anche di assai meno grave non me ne sarei lavato le mani, mi sarei sentito responsabile».

Dal Bresciaoggi del 23.9.09

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