Il 17 aprile Aldo Cazzullo, celebre editorialista del Corriere della Sera, ha presentato ad Ospitaletto il romanzo “La mia anima è ovunque tu sia”, che è al tempo stesso un avvincente noir, una grande storia d’amore e un racconto simbolico che getta una luce inattesa sulla nascita sulla nostra nazione. Un affresco storico, ambientato ad Alba, città natale dell’autore, ma anche epico, della Resistenza e degli anni della ricostruzione.
L’iniziativa, organizzata nell’ambito della rassegna “Un libro per piacere”, ha costituito anche l’occasione per una lettura delle vicende politiche dell’Italia di oggi.
Diego Trapassi di Teletutto ha condotto la conversazione, facendo in primo luogo un parallelo fra la situazione politica odierna, che è di forte incertezza, e la fase di Tangentopoli che segnò il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica.
“Ci fu un momento nel ‘93-’94 – ha esordito Cazzullo - in cui la gente non sapeva bene per chi votare. Non erano più credibili i partiti che per 50 anni avevano amministrato il Paese, in primo luogo la DC ed il PSI, ma non emergeva un’alternativa nuova. C’era il vecchio PCI che aveva cambiato nome, si era diviso, si era in parte rinnovato, in parte no, e poi dall’altra parte c’era la Lega che è arrivata ad avere il 40% a Milano. Però si intuiva che la Lega non era la risposta giusta”.
“Io sono convinto che la Lega sia nata da una domanda giusta. Credo che sia giusto che il nord chieda che una parte maggiore delle tasse pagate dal nord sia spesa sul territorio, penso che sia giusto che il nord chieda di contare di più, di essere più rappresentato. Ma la Lega non è riuscita a portare a casa niente: prima sulla devolution, poi sul federalismo fiscale, il bilancio è negativo. Tuttavia, la richiesta che ha fatto nascere la Lega è ancora inappagata”.
Si presenta dunque la questione centrale del voto moderato. “Nel ‘93 non si sapeva per chi votare. I moderati, che sono comunque la maggioranza degli Italiani, che possono avere tendenze più di destra o di sinistra, ma sempre moderati restano, non sapevano bene per chi votare. Poi venne fuori Berlusconi, molti gli hanno dato fiducia e qualcuno si è pentito. Adesso si tratta di capire oggi un moderato per chi vota. Può votare per Casini. Che però sono anni che annuncia questo grande partito che non arriva mai. Ragiona un po’ con la mentalità del piccolo bottegaio che ha rifiutato giustamente di andare a fare il direttore dell’hard discount ed è tornato nella sua bottega. Ma questo non cambia un Paese. Ci vorrebbe un cambio di passo. Se Casini fondasse un partito che non fosse la sommatoria di nomenclature, che non fosse Casini, più Fini, più Rutelli, Pisanu, se facesse un partito autenticamente nuovo, aperto ai cattolici, ai professori, ai giovani, potrebbe fare bene. Ma al momento un moderato non sa per chi votare, perché intuisce che una stagione si è chiusa, che il PDL è in grande difficoltà perché è molto legato alla figura del fondatore, che la Lega non è finita, ma c’è un momento di scoramento. D’altra parte il centrosinistra mi sembra ancora al bivio tra fare un accordo col terzo polo e invece rinnovare l’eterna alleanza con l’estrema sinistra, che potrebbe anche pagare in termini elettorali, ma non puoi pensare di governare l’Italia, che è in grande crisi, con Vendola e Di Pietro: il giorno dopo sei sotto attacco degli speculatori internazionali”.
La prospettiva dunque risulta essere molto aperta. Secondo il relatore, sarebbe il momento di mettere in campo delle novità. “Ad esempio, prendiamo i professori: vogliono restare, vogliono fare politica? Adesso Monti dovrebbe cambiare passo: non si può governare aumentando solo le tasse e mandando in pensione le persone più tardi. Se i professori riescono in questo cambio di passo possono fare qualsiasi cosa, se invece falliscono è un problema per tutto il Paese”.
Rispetto alle prospettive di durata del Governo e alle questioni aperte sul fronte del lavoro, Cazzullo fa il suo pronostico: “Penso che il governo arriverà fino al 2013. Bisogna però vedere come ci arriva: se tirerà a campare o farà delle riforme vere. Sull’articolo 18 la questione è delicata perché in un momento in cui c’è tanta disoccupazione, e il rapporto di forza pende dalla parte del datore di lavoro, sembra di sbilanciare ulteriormente. Però se si tratta di aumentare la competitività e la produttività va benissimo. Ma a quel punto anche i salari dovrebbero essere un po’ più adeguati rispetto al costo della vita. In questi anni c’è stato uno scambio non scritto: bassi salari e bassa produttività. Se adesso vogliamo andare oltre questo schema, probabilmente è anche giusto. Tuttavia le imprese italiane non mi sembrano proprio tese alla ricerca del migliore, sembrano più intenzionate a mantenere la pace sociale. Allora, tu vai in prepensionamento, io ti assumo il figlio … Se invece vogliamo essere in competizione, i migliori devono essere premiati. Chi lavora più e meglio deve essere pagato di più”.
“L’impressione è che sull’art. 18 il governo non abbia fatto di tutto per ricercare un’intesa col sindacato. A Monti l’idea di fare una riforma senza l’intesa col sindacato non dispiaceva perché la rendeva più credibile sul piano internazionale. Come dire: “Lo avete visto che li abbiamo scontentati i sindacati, facciamo sul serio”. E dall’altra parte la CGIL ha scontato una certa rigidità ideologica. Io non so se andiamo incontro ad una fase di scontro sociale. Certo è che in questo momento il lavoro è prezioso e tutti cercano di tenerselo stretto”.
Sul fronte politico, è arrivata, come d’obbligo la domanda sulle prospettive per la Lega. “La Lega – ha risposto Cazzullo - rilancerà le sue parole d’ordine, cercherà di ripartire dopo questa botta, che per Maroni può costituire un certo vantaggio, perché lui nei confronti di Bossi una certa sudditanza psicologica l’ha sempre avuta. Mentre oggi Bossi è indifendibile. Penso però che l’obiettivo di Maroni non sia tanto quello di succedere a Bossi quanto quello di succedere a Formigoni”.
Ma parlare dei temi cari alla Lega ci riporta alla nostra realtà bresciana. “Da una parte Brescia mi colpisce, perché arrivo in stazione e non vedo un bianco. Nessuna comunità può reggere un impatto così massiccio di immigrazione in pochi anni. Quindi il fenomeno va tenuto sotto controllo. Nello stesso tempo pensare che un ragazzo nasce qua e non è italiano mi lascia dei dubbi. Io credo che sfruttare le legittime paure della gente non sia utile. Calderoli che porta il maiale a pascolare nel luogo dove deve sorgere la Moschea non aiuta nessuno. Non aiuta loro, non aiuta noi. Poi, ad esempio, Maroni non è contrario alle Moschee, perché da Ministro dell’Interno tu controlli meglio gli islamici che si riuniscono a pregare in un sottoscala dove c’è un autoproclamato imam che può dire quello che vuole, o controlli meglio un posto dove c’è un istituto di culto, e l’imam è scelto d’intesa col Governo come si fa in Francia? Io credo che controlli meglio questa seconda situazione”.
“Io penso che la sinistra abbia un ritardo culturale perché non ha ancora capito che il prezzo dell’immigrazione lo pagano le classi popolari, e che sta scoppiando, in tempo di crisi, una guerra fra poveri per la casa popolare, il posto all’asilo nido, all’ospedale. Dall’altra parte la Lega però è un’imprenditrice della paura, mentre l’Italia ha un potenziale enorme. Il mondo è pieno di gente che vorrebbe adottare il nostro stile di vita. In un mondo che diventa sempre più uguale, un Paese come il nostro che cambia di continuo, che ad ogni crinale di collina muta paesaggio e accento, è un Paese che è ammirato, invidiato. Ci sono cose che abbiamo solo noi: il design, la creatività, il know how. Nessuno ci può portare via queste cose. Perciò, se abbiamo fiducia in noi stessi, questo mondo globalizzato che oggi ci fa paura, che oggi ci impoverisce, può anche essere una grande opportunità”.
Come dire che la politica della Lega, troppo legata alla paura, alla difesa dell’esiste, del poco che si ha e che si stente minacciato, può non risultare adeguata alle necessità dell’oggi. Ritorna dunque prepotente un tema: quello del vuoto di un’offerta politica che sia realmente convincente.
Puntuale arriva anche la domanda su Berlusconi. “Se ne starà zitto fino al 20 maggio perché teme che le amministrative vadano molto male per il PDL e non vuole che diventi una sua sconfitta personale. Per il prossimo mese Berlusconi non darà segni di vita. Ha scelto Alfano perché è un ragazzo sveglio ed è uno che gli obbedisce. E difficile che il PDL possa prescindere da Berlusconi. Quando si è dimesso ho scritto che chi andava sotto casa sua a fare il gesto dell’ombrello sbagliava tutto. Andare dallo sconfitto a buttare le monetine è sempre da vigliacchi. In Italia il vincitore ha un sacco di amici. E poi non è che Berlusconi sia stato battuto dalla sinistra in una campagna elettorale, Berlusconi è stato costretto a dimettersi dalla crisi internazionale e anche dalle sue sciocchezze. E’ stato messo in crisi dalla Merkel, non da Bersani”.
“Ciò detto, il mio giudizio sul berlusconismo è molto severo. Berlusconi non ha fatto gli interessi dell’Italia, ha fatto gli interessi propri. Non ha fatto quelle riforme liberali che aveva annunciato. Non ha fatto neanche la destra: non ha tagliato le tasse, la spesa pubblica. Ha galleggiato facendo i propri interessi, trattando con i leader che si sentiva più affini: Putin, Gheddafi, Bush. Mentre ha delegato il governo, di fatto, a due persone: a Giulio Tremonti per la politica economica, e a Gianni Letta per le nomine e i rapporti col Vaticano. Io non penso che Tremonti e Letta abbiano fatto disastri. Semplicemente, al momento della crisi, il Governo non ha saputo dare una risposta. Vedremo se riuscirà a darla Monti”.
“Berlusconi che farà? Sicuramente non mollerà l’osso anche perché le sue aziende sono un po’ vecchie: la TV generalista è vecchia, perciò lui cercherà un compromesso con la politica per tutelare i propri interessi. Vedremo se saprà ancora rappresentare l’Italia moderata. Secondo me no, lui non è un moderato di natura. Se penserà di poter vincere, terrà questa legge elettorale. Se penserà di non poter vincere farà cambiare la legge elettorale. Si tornerà al proporzionale, dove non voti più una coalizione, ma un partito, e il PDL avrà le sue carte da giocare, in un’ottica di contrattazione successiva alle elezioni. A me piace di più un sistema dove scegli prima, però devi scegliere anche i parlamentari”.
E’ sempre utile avere la possibilità di uno sguardo d’insieme sul panorama politico e culturale, perciò serate come quella del 17 aprile costituiscono per tutti un’occasione preziosa, così come preziose e coinvolgenti sono sono state le letture dei brani del romanzo.