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Perché portate loro il caffelatte?

1865482908_20b890274b.jpgQuesta è la domanda che si sentono spesso formulare dalla gente. Loro sono dei volontari un po’ speciali, e oggi vorremmo raccontare la loro storia. Come potete vedere è una storia dove c’è molto da dire, ma ci piace riprendere questa rubrica  con un argomento forte, con un’esperienza vissuta, dalle mille sfaccettature.

La storia che A. e N. (non è prudente divulgare i loro nomi per motivi del tutto comprensibili) ci raccontano, anche per conto dei loro compagni di avventura, nasce ad Ospitaletto nel 1999 e ancora oggi va avanti fra vecchie e nuove difficoltà. Il sabato sera c’è un’ambulanza messa a disposizione gratuitamente dalla Croce Bianca, che fa tappa sulla strada che collega  Ospitaletto a Brescia. A bordo di questa ambulanza i volontari dell’Unità di Strada, una delle “costole” della nostra Caritas, accostano le ragazze che popolano la notte, costrette ad offrire sesso a pagamento. I volontari si fermano, le chiamano, offrono loro  qualcosa di caldo da bere, da mangiare, consigli e indirizzi per visite mediche ed esami gratuiti,  ascolto, e, nei casi in cui la ragazza si mostri interessata,  un’alternativa alla vita sulla strada. Alternativa che significa fare dei passi impegnativi: una denuncia, un periodo in comunità e poi la possibilità di una vita diversa.

Perché avete deciso di impegnarvi in questo modo particolare?
N.:  Mi viene una citazione: “ieri ero intelligente e volevo cambiare il mondo. Oggi sono saggio e sto cambiando me stesso”. E’ quello che cerco di fare in questi anni. Io sono stato coinvolto in modo abbastanza insolito perché serviva un autista per l’ambulanza. La scelta è stata supportata anche da scelte precedenti. Non è una cosa che fai così per fare, ma deriva da un percorso personale di volontariato fatto negli anni, dagli Scout all’associazione genitori. L’unica cosa difficile da decidere è stata quella di uscire la notte perché ho una famiglia. Uscire sulla strada pone sempre degli interrogativi. La strada è il posto dove transita di tutto. Ho voluto anche rivedere il mio ruolo di uomo, di marito di padre. E’ difficile scrollarsi di dosso una visione  maschilista, rafforzata nel corso degli anni da una cultura diffusa in modo capillare e martellante di ricerca del piacere senza tener conto della dignità della persona. Purtroppo la donna è entrata a pieno titolo in questo commercio, e i Mass Media hanno dato un grossissimo contributo a delineare una figura di DONNA OGGETTO. Ho iniziato a vedere quanto maschilismo c’è ancora nella nostra cultura. Un tempo era facile bollare le donne, ma in fondo lo è ancora oggi.

C’è ancora l’idea che la donna o è una santa o è “una di quelle”?
N.: Più che altro penso che la donna venga vista solo sotto l’aspetto fisico, di oggetto sessuale. Si rischia di ragionare solo in termini di attrazione vedendo l’altro non come una persona, ma come un oggetto, un mezzo per soddisfare una voglia. Così era un tempo e così è oggi pur in un modo più sottile, più elaborato. Basta pensare alla pubblicità e a come la donna viene presentata nei programmi televisivi. Diciamo che io negli anni ho cercato di cambiare il mio modo di vederla. Adesso mi riconosco nelle valutazioni che ha fatto Lorella Zanardo nel suo documentario on line “Il Corpo delle donne”.

Chi sono le donne “che si vendono” sulla strada?
N.: La nostra filosofia di fondo consiste nel dare la possibilità alle ragazze di essere avvicinate in modo diverso, di essere ascoltate. Spesso a loro fa piacere sapere qualcosa della nostra vita, della nostra famiglia, dei nostri interessi. Spesso ci chiedono come stanno i nostri figli, fidanzati/e, come procede il nostro lavoro, i nostri studi universitari… Hanno il desiderio di essere considerate delle persone. Infatti,  pur essendo sulla strada, e si sa che cosa sono lì a fare, quando salgono sull’ambulanza o sul camper, si coprono con un giubbino. E’ la dimostrazione di una purezza interiore che va al di là del lavoro che fanno. Loro lo chiamano lavoro. Sentono che la loro vita non può essere ridotta a quello che fanno sulla strada.

Che tipologia di prostituzione avvicinate? Solo le donne o anche i trans?
N.: Donne soprattutto, ma anche trans. Ci sono persone che hanno la più varia estrazione geografica. Fino a qualche anno fa c’erano tantissime Nigeriane. Ora sono di meno. L’intervento delle forze dell’ordine dalle nostre parti ha fatto sì che il fenomeno si sia spostato altrove. Adesso il fenomeno è presente in modo massiccio nella zona  est di Brescia.

Parlare di prostituzione è parlare di sfruttamento e violenza.
N.: Chi è sulla strada, anche quando non è costretto, deve pagare sempre qualcuno per la ”piazzola “ (così loro la chiamano) sulla quale “lavora”. Nella maggior parte dei casi i brasiliani vengono venduti dalla famiglia alle varie organizzazioni criminali, avviati alla prostituzione all’età di sette/otto anni, imbottiti di ormoni per cui il loro corpo si trasforma, diventa un corpo da donna. Questo sta accadendo anche per le Nigeriane, a quanto pare. Anni fa le ingannavano facendo credere di partire per trovare un lavoro. Ma ormai anche in Nigeria molti sanno di che lavoro si tratta. Adesso partono le carovane, con vari mezzi e attraversano il deserto, anche a piedi. Le storie che ci vengono raccontate sono terribili. Per la sete spesso queste giovani sono constrette a concedersi ai loro carcerieri o a bere urina, e tante arrivano già gravide alla costa del Mediterraneo. Tante si fermano nei paesi del Nordafrica, altre arrivano in Europa.
A.: Negli ultimi anni il turnover di ragazze è impressionante. Si spostano spesso, restano poco tempo nello stesso luogo. Questo avviene perché le organizzazioni cercano di renderle sempre meno rintracciabili. Chi le sfrutta conosce molto bene il territorio, la normativa, e sa anche quali sono i possibili  interventi.
Sanno, altresì, che le ragazze sono in grado di cercare altrenative alla vita che fanno,  legandosi a un cliente, innamorandosi o appellandosi ad associazioni umanitarie. Per eviatre che si creino legami, rapporti umani, nuovi contatti, vengono quindi spostate in continuazione nell’ hinterland e fuori.
E noi ci chiediamo: non è forse il diritto di ogni ESSERE UMANO crearsi delle relazioni, e soprattutto, sempre nei limiti della religione e cultura, poter scegliere di AMARE, PARLARE, muoversi senza essere sorvegliati a distanza e dai continui squilli di cellulari che ormai sono diventati un vero e proprio pressing psicologico? E’ forse questa LIBERTA’?

Una proposta come la vostra è diffusa in Italia?
A.: Non particolarmente. Anche perché la prostituzione viene esercitata in modo diverso a seconda delle zone. Quella su strada è presente soprattutto al nord. Ma non dappertutto perché in molte città si parla soprattutto di prostituzione d’appartamento.
N.: A Milano ormai si sta sviluppando molto la prostituzione in appartamento. Se  qualche anno fa era limitata a ragazze dell’ Est, oggi il fenomeno si estende alle sudamericane e in modo particolare alle cinesi. Tanti dicono, se ci fossero le case chiuse, e cose simili. Se si facessero le case chiuse, sarebbero delle prigioni.

Siete riusciti a “fare smettere” qualcuna?
N: Premetto che l’obiettivo prinicipale del nostro gruppo non è nè quello di “salvare le ragazze” nè di quello di “farle smettere”. Il nostro è principalmente quello di accostarle ed offrire loro, anche solo per 10 minuti, un rapporto VERO, UMANO, non basato sul denaro ma semplicemente sulla relazione . In passato le ragazze (uso questo termine perchè sono ragazze, in molti casi addirittura minorenni) che decidevano di iniziare una nuova vita erano indubbiamente di più rispetto agli ultimi anni. Questo perchè il racket si è diramato ed ovviamente la rete al suo interno si è specializzata e organizzata  in un modo impensabile.
Nel caso delle  nigeriane  continua ad essere presente la “maman” o la “madame” («La madame è una figura emblematica, complessa, ambivalente, che non può essere riduttivamente identificata semplicemente come la sfruttatrice…Potremmo definirla una sorta di “matrigna”, una vice-madre carica di cattive intenzioni, ma al tempo stesso presente nell’organizzazione della gestione del quotidiano e nella risoluzione dei problemi pratici di diversa natura»  - Abbatecola, 2005: p. 83). Tuttavia se prima questa viveva in casa con le ragazze, ora, grazie appunto a questa fitta rete, riesce a gestirle a distanza, talvolta addirittura dall’ Africa.
A.: Anche sulla strada c’è una gerarchia, dove l’ultima arrivata è l’ultimo anello della catena, quella sfruttata da tutti. Ecco, se si riesce a parlare di un percorso alternativo con qualche ragazza, lo si fa con una che è appena arrivata e non si è ancora adattata alla vita della strada. Le Nigeriane ad esempio hanno un grande spirito di adattamento. C’è una grande solidarietà fra loro, ridono, cantano, E’ difficile per noi capire queste cose.
N.: Le Nigeriane comunque vogliono finire di pagare il “debito” a chi le ha portate in Italia . Il contatto con le ragazze ha fatto emergere che uno dei mezzi di coercizione tutt’oggi utilizzato è il rito vodoo, al quale le ragazze credono di non potersi ribellare.

Parliamo del cliente. La prostituzione è sopratutto una questione di domanda?
N.: Le Nigeriane anni fa sono arrivate soprattutto per chi non aveva grandi possibilità economiche. Parliamo di ragazze che fanno prestazioni a 15/20 euro. E a volte anche senza protezione; sottolineo che questo avviene sempre su richiesta del cliente. Parliamo di padri di famiglia. Il cliente è una realtà variegata. Si ferma il signore distinto col macchinone, sui sessant’anni, come si ferma il ragazzino col motorino, o anche a piedi. Le ragazze sulla strada sono in  balìa di tutti. Ogni tipo di  episodio può succedere: dal dispetto alla violenza. Poi ci sono i clienti anziani, affezionati, che fanno dei piccoli servizi sopratutto alle Nigeriane, le accompagnao in macchina, portano loro qualche coperta, della legna da bruciare per scaldarsi. Io sono convinto che la maggior parte dei clienti non sappia o non voglia sapere che realtà ci sia dietro a queste ragazze. C’è ancora l’idea che “sono lì perché a loro piace quella vita”.
A.: Le vedono sulla strada libere, non hanno una catena legata alla caviglia. Tanti pensano che potrebbero salire su di una macchina e andarsene. In realtà le catene ci sono. Invisibili ma ci sono. E sono catene più pesanti di quelle fatte di ferro.
N.: Siamo a conoscenza di situazione in cui, utilizzando i bambini come ostaggio, costringevano la mamma a prostituirsi.
A.: E comunque i clienti non vanno a chiedere, tu come sei arrivata qui. E’ altro quello che chiedono. Finché l’approccio degli uomini non sarà di un altro tipo rispetto alla semplice richiesta di un rapporto sessuale, non potranno mai venire a conoscenza della  vera situazione di queste ragazze. La prostituzione è sempre stata vista come un argomento tabù. Si dice, ci saranno sempre, che cosa vuoi fare, è il mestiere più vecchio del mondo, non è certo con il tuo intervento che questo fenomeno si sconfigge. Un approfondimento serio sul problema è raro che venga fatto. Ecco allora che il cliente è libero di non vedere e di non sapere.

Il vostro intervento è anche sanitario?
N.: Il nostro intervento è anche mirato a dare informazioni di carattere sanitario. Lasciamo un’informativa con il numero di telefono dell’associazione dove è reperibile una persona 24 ore su 24 disponibile per ogni tipo di emergenza. Poi  lasciamo indirizzi di ambulatori medici dove le ragazze possono ricevere ogni giorno l’assistenza di cui hanno bisogno. Sono giovani, ma credeteci, il loro corpo ha bisogno di cure, raramente semplicemente di controlli! Pensiamo sia  importante, in primis per loro e in secondo luogo anche  per le  mogli e fidanzate dei clienti. E’ per questo che la frase “Andate a portare il caffè alle puttane” è fuori luogo! Forse i signori che fanno quell’affermazione non sanno che se le ragazze sono in salute anche tante persone che tornano alle loro famiglie hanno ancora la possibilità di vivere una vita serena dal punto di vista sanitario senza contagiare le loro compagne.

Il vostro è un servizio di base. C’è qualche contatto con le istituzioni?
N.: Riteniamo che la scuola sia una delle “grandi istituzioni”. Per questo da ormai dieci anni, siamo inseriti nel percorso formativo delle scuole medie di Ospitaletto e  Castegnato con il progetto “ Le Nuove schiavitù”. Si tratta di un percorso composto di tre incontri che  proponiamo ai ragazzi di terza media composto da un gioco di ruolo sull’immigrazione; la presentazione del nostro gruppo e la nostra testimonianza (chi incontriamo sulla strada, le storie delle ragazze, il cliente, quali rischi, etc); la rielaborazione da parte dei ragazzi e la loro visione della sessualità intesa come “l’essere uomo e l’essere donna”.
E’ un progetto che lascia sempre noi e le insegnanti senza parole. I ragazzi mostrano sempre grande interesse, partecipazione e collaborazione. Riteniamo fondamentale che, soprattutto in un periodo delicato come l’adolescenza, i giovani abbiano una visione chiara e veritiera del fenomeno.  E vi garantiamo che capiscono perfettamente. E’ bene che,  quando vedono queste ragazze sulle loro strade , sappiano andare oltre; che capiscano che ognuna di loro ha una sua storia, una famiglia e, in molti casi che, pur minorenne, si è ritrovata a far fronte alla vita della strada senza la possibilià di stare sui banchi di scuola.
A.:  Per quanto riguarda le forze dell’ ordine, abbiamo mandato una lettera ai sindaci per spiegare quello che facciamo sul loro territorio con l’ambulanza e i camper. Per chiedere che non si avvicinino le pattuglie di agenti quando ci siamo noi. Che lascino tranquille le ragazze. Nonostante questo, negli anni ci sono stati episodi spiacevoli. Ciò dipende un po’ dalla sensibilità a questo fenomeno.

L’11, 16 e 23 novembre sono stati organizzati  tre incontri presso il teatro Agorà, aperti a tutta la popolazione, per parlare di prostituzione, dignità violata, cliente, educazione …

N.: Noi parliamo di dignità violata. Per noi la dignità violata non è solo quella della donna ma anche quella del cliente. Noi non vogliamo giudicare nessuno ma invitare ad un cambiamento di mentalità. Se quello che si sta facendo servisse anche solo per una persona, sarebbe per noi un grande successo.  Come sarebbe un successo trovare anche altri volontari. Ce ne è un grande bisogno.

***

Storie. Le storie sono tante e in questo caso ben poche hanno un lieto fine. Sono storie che lasciano un sapore amaro in bocca, e tanti interrogativi. Colpisce la serenità di questi volontari e la loro forte motivazione pur davanti a tante frustrazioni. La serenità di chi sa benissimo di non essere lì per risolvere il problema che è enorme, ma di essere lì per fare la propria parte. C’è la storia della ragazza sulla strada, da poco in Italia, incinta, che non è mai stata visitata da un ginecologo; contattata dall’operatrice dell’unità di strada, scompare nel nulla il giorno che doveva essere accompagnata dal medico. C’è la ragazza che viene presa a bastonate. Ci sono storie in cui la buona notizia consiste spesso “solo” nell’impegno di un gruppo di persone che ogni fine settimana sceglie la strada. Per farsi prossimo.

Per approfondire:
HIV: il triste primato della provincia di Brescia. Il contagiato ha in media 40 anni, ha contratto la malattia per via sessuale. E spesso non lo sa.
http://quibrescia.it/cms/?p=65448

Il documentario cult di Lorella Zanardo “Il corpo delle donne”
http://www.ilcorpodelledonne.net/?page_id=89

Storie - Giovani Insieme: l’amicizia che unisce

learningnetworks.jpg“E’ il cuore che mi spinge a fare quello che faccio. E’ diventata una parte di me”.
Emilia Putelli mi guarda con il suo sorriso aperto in questa torrida serata di fine estate. Mi parla della molla più potente che c’è, quella dell’amore, mi parla dei “suoi” ragazzi così speciali e del rapporto unico che si crea vivendo delle esperienze … insieme. Giovani Insieme è questo. La sfida di fare gruppo con alcuni ragazzi disabili del nostro territorio, di superare le barriere, soprattutto quelle interiori. Emilia, con suo marito Giuseppe Franzoni, animano l’associazione da sedici anni.

A proposito, come nascono i Giovani Insieme? “Mio marito si trovava con un gruppo di giovani a fare il presepio alla casa di riposo. A una “cena di fine presepio” – siamo nel 1995 -  propose ad un gruppetto di questi giovani di provare a fare questa esperienza, di incontrare  alcuni ragazzi con qualche difficoltà che lui anni prima portava già  fuori la domenica. Aveva dovuto smettere … sai avevamo due bambine piccole”.

Le bambine crescono e, col tempo, si può pensare di tornare a mettersi in gioco. Anche perché quei ragazzi così speciali avevano toccato qualcosa di profondo.  “Le famiglie dei ragazzi non si rassegnavano – continua Emilia – e tutte le volte che incontravano mio marito gli dicevano “Non vieni più, e loro sono sempre a casa da soli”. E allora a quella cena si è detto “Proviamo” e così è iniziata l’esperienza”.

Chi sono questi ragazzi “speciali”?
“Fin dall’inizio abbiamo scelto di rivolgerci agli adolescenti dai sedici anni in su. E’ stata una scelta precisa perché a quell’età, terminati gli studi, le attività di gruppo, questi ragazzi non hanno più occasione di socializzare. Finita la scuola questi ragazzi “non sono più nessuno”. E’ iniziata l’esperienza e ci siamo detti che non c’era il disabile e l’accompagnatore, ma c’erano gli amici. Un gruppo di amici insieme. I ragazzi che fanno le uscite con noi sono cresciuti. Ci sono gli stessi di sedici anni fa, e altri si sono aggiunti col tempo”.

Ecco che si spiega il nome …
“Giovani insieme perché allora eravamo tutti giovani! Erano tutti giovani, tutti ragazzi. Il gruppo dei volontari si è in parte rinnovato, perché i giovani di allora hanno messo su famiglia e quindi spesso per qualche anno l’impegno nel gruppo è per forza di cose minore. Per i giovani non è una scelta facile fare questo tipo di volontariato. Bisogna trovare le persone giuste che ti coinvolgono”.

Bisogna andare per gradi, mi spiega Emilia, ci vuole un periodo di affiancamento. Ma tu, Emilia, ti sei trovata in quest’avventura, e come è stato?
“Pensa che sono una che non voleva entrare, perché non me la sentivo, pensavo di non essere capace. Dicevo: vado là e cosa faccio? Se mi dicono spingi la carrozzina, io la spingo, ma poi? Invece mi sono messa a seguire una ragazza e si è creato un rapporto. L’alchimia si crea nel rapporto con le persone, nel vederle felici. Penso che non ne saprei fare a meno”.

Adesso qual è l’attività di Giovani Insieme?
“Facciamo le uscite mensili, la settimana al mare d’estate, la due giorni in montagna sulla neve, l’ultimo dell’anno. Fino a qualche anno fa anche il carro di Carnevale. Ma  per questa cosa adesso i ragazzi sono cresciuti e non vogliono più. A ottobre faremo un corso di ballo. In autunno facciamo sempre dei corsi. I ragazzi che partecipano alle iniziative sono 25/30 e tutti siamo 50/60. Un pullman”.

Un pullman che tutti i mesi parte….è un impegno costante!
“Sì. E dopo tanti anni non è sempre facile trovare delle destinazioni. Dall’anno scorso, in inverno, qualche volta andiamo alla Pa.sol. Una volta facciamo lo spiedo, poi festeggiamo l’ultimo dell’anno, passiamo delle belle giornate in compagnia, anche senza andare lontano”.

E allora quale può essere la morale di questa storia?
“E’ vero che è più quello che ricevi di quello che dai. I ragazzi sono spontanei, sinceri. E quando ti dicono “sei bella” o “ti voglio bene”, non hanno secondi fini”.
Frasi semplici, “ti voglio bene”, che proprio non usano più.

Post scriptum

Abbiamo pensato di dare questo titolo “storie” ad una nuova rubrica. Per chi scrive è un po’ una sfida (quando non si è originari di Ospitaletto non è sempre facile conoscere “vita, morte e miracoli” di chi è del luogo). Ma è una sfida che si cercherà di raccogliere. Intorno a noi ci sono tante esperienze che meritano di essere raccontate e conosciute da tutti. Le storie, le vite interessanti, sono la parte vitale del nostro patrimonio. Non sappiamo con quale periodicità potremo pubblicare queste interviste, però lo vorremmo fare. Se siete a conoscenza di qualche “storia”, scriveteci. Le interviste sono impegnative, ma ci piace farle. Per raccontare un pezzettino di noi.

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